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Nel ruolino di marcia di Gilberto Govi v'è una tappa di grande importanza; è la tappa di Milano, capitale artistica e commerciale del Teatro (in ogni tempo); e al nome della grande città lombarda fanno compagnia altri due: quello di Renato Simoni e quello del «Corriere della Sera».
Il giudizio di Simoni era all'apice d'ogni speranza e di ogni impegno dei nuovi attori. Govi s'era ormai preparato, e il suo esordio, al teatro Filodrammatici, avvenne la sera del 22 dicembre 1923: ottanta anni fa, esatti.
L'indomani, il «Corriere della Sera» ospitava la recensione di Simoni, (r.s.) col titolo «La compagnia genovese». - «Confesso che l'annuncio delle poche recite della Compagnia di Gilberto Govi mi aveva spaventato. Il dialetto genovese non ha la fama di arrendevolezza. Invece, ieri sera, con nostra grande sorpresa, l'abbiamo trovato tutti affabile, cordiale e comunicativo. Per essere sinceri bisogna dire che delle prime scene si sono capite poche parole: ma già alla metà del primo atto la parlata ligure non aveva più misteri per noi. Merito di una Compagnia che recita con misura, con chiarezza e con un tono di verità sobriamente allegra: merito, sopra tutto, di questo Gilberto Govi, del quale da un paio d'anni si andava dicendo un gran bene, e che ieri sera non ha deluso l'aspettazione. In una riduzione di “Quando la pera è matura” di Augusto Novelli e in “Si chiude” di Sabatino Lopez, egli è sembrato un attore dalla comicità calma, meditata e saporita. Aveva due caratteri da rappresentare: e, dalla truccatura al gesto, dallo sguardo alla voce, ogni particolare era il più gustosamente conveniente ai personaggi. Il Govi si muove poco, o con una secca divertente nervosità; ma nel viso quieto gli occhi hanno una vivacità intensa, e vibrano occhiate ferravilliane eloquentissime. In lui si vede costante la cura, non tanto di provocare il riso con una battuta, quanto di servirsi delle battute per precisare e colorire con finezza i tipi; e i tipi gli riescono amenissimi. Un paio di commedie non bastano a darci la piena misura del valore di un attore, ma sono più che sufficienti per farci intendere che siamo davanti ad una interessante personalità e che i nostri fertilissimi teatri dialettali si sono arricchiti di un nuovo artista. Il successo di Govi fu pronto e caldissimo. Il pubblico l'applaudì molto, ed era chiaro che l'applaudiva con piacere. Egli fu continuamente accompagnato dal rumoroso buon umore degli spettatori, e interrotto più d'una volta dagli applausi, e, alla fine di ogni atto, chiamato e richiamato alla ribalta. I suoi compagni sono tutti buoni. Elegante attrice, e dicitrice ottima, è la signora Gaioni; una comica semplice e spontanea la Mazzi, buoni attori la Ducci, il Pieri e il Parodi» -.
Le recite di Milano dovevano procurare a Govi, oltre quello di Renato Simoni, un giudizio di estrema importanza: quello di Ettore Romagnoli, allora critico all'Ambrosiano. E Romagnoli, letterato d'alta cultura, scriveva, l'indomani della prima recita goviana: - «Molte cose mirabili, anzitutto è mirabile nella superba Genova: il cielo, il mare, i poggi, i piani che declinano al mare, i palazzi, le vie, i teatri e la sagacia degli uomini e la bellezza delle donne. Ma una cosa non son riuscito ad ammirare mai: il dialetto genovese. M'è sembrato sempre aspro, poco pittoresco e di cadenza monotona. E ho sempre dubitato che possa veramente divenire strumento d'arte. Il dubbio non fu per me risoluto ieri sera. Ma, a giudicare dagli applausi del pubblico, nessuno tra i dialetti d'Italia, nè il toscano, nè il napoletano, nè il siciliano, nè il veneziano, si prestano come il genovese a scrivere una commedia per far ridere il prossimo. Quanti applausi! E quante risate! Per tutti gli attori; ma per Gilberto Govi, una come aprisse bocca. E non su misura (c'intendiamo), ma sincere, spontanee, cordiali. E talvolta, diciamolo pure, neanche appropriate, ma provocate da battute insignificanti. Perché Gilberto Govi è di quegli attori che appena si presentano s'impadroniscono dell'anima del pubblico. Simpatici, convincenti, euforici. È inutile discutere. In questo caso, però, non c'è da abdicare. La critica fa presto a mettersi d'accordo col pubblico. Gilberto Govi è proprio un magnifico attore.» -.
E così comincia, col 31 dicembre 1923, l'esistenza “ufficiale” del Teatro dialettale Genovese.
Nella biografia goviana di Enrico Bassano, edita nel 1967, lo scrittore ricorda:
- «All'uscita dai teatri, il pubblico di Govi si comportava esattamente come il pubblico delle lontane, ma fortunatissime operette. I “patiti” dell'operetta si portavano via un motivo musicale, un'arietta, il tema di un duetto o di un valzer, e, fuori della sala, incominciavano a fischiettare, a cantarellare, a ripassarsi golosamente sulle labbra i più facili motivi, i temi più orecchiabili. Di Govi si portavano via le battute, le frasi colorite, le esclamazioni più scattanti e gustose; come: “Finirà, Giggia! Come finirà non lo so, ma finirà!” ( “I Manezzi”); e della stessa commedia: “me vegne ûn scciûppôn de futta!”, “E bravo Cesarin che belle braghe!” (un giornale che si pubblicava alla Spezia inaugurò una rubrica quotidiana, con “bravo Cesarin” per titolo); da “Piggiase ö mâ”: “Eh! Bàccere , altro ci vuole!”. Dal “Buonanima”: “succede, ma poi passa!”; e da “Impresa Trasporti”: “… e zû aegua!” (una esclamazione che divenne addirittura famosa in tutta la penisola specie dopo le edizioni televisive della commedia e che ancora oggi viene ripetuta, in toni diversi, perfino con le ineffabili cadenze dei siculi e dei napoletani che “credono” di saper parlare il genovese …). Infine, da Parodi e C., quel “Braghe!” che forse ha fatto il giro del mondo, satellite infinitamente redditizio ai fini di una salutare distensione dei nervi e di un sollievo malizioso dopo una giornata di lavoro e d'inevitabili affanni.»-.
Serena Bassano
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